Una storia
Può anche accadere che le speranze e la trepidazione mettano in secondo piano, quando si lascia la propria casa, la nostalgia. Può addirittura accadere, che, per motivi diversi, si ha bramosia di andar via dal proprio paese. Ma, diceva un vecchio saggio, ti accorgerai presto, che solo qui avrai pace. E per “qui” intendeva tutto il paese, o tutti i paesi del mondo. Quei paesi piccoli come il mio, dove le strade le conosci tutte e le case e le persone che le abitano fanno parte della tua vita. Quando me ne sono andata, al buio fresco di un mattino primaverile, avrei voluto fare uno di quei gesti da film, come raccogliere un po’ di terra o una pietra da portare con me, e invece dovevo pensare alle
centinaia di ultime cose da fare, ricontrollare i documenti, i biglietti, chiudere le enormi valigie, salutare chi mi aspetta con gli occhi lucidi sulla porta, chè il giorno in cui si parte ogni rancore viene messo da parte e ci si abbraccia stretto; chè più pesante di quei limitati 15 kg di bagaglio, c’è il mio cuore. Non so voi, ma i 500 metri che separano casa mia dall’uscita del mio paese, io non li ho mai fatti ridendo. So bene quanto sia difficile ricordare a volte quei piccoli particolari di un’immagine che creino il ricordo perfetto. Per anni mi sono chiesta quale tipo di albero fosse piantato là dove la strada fa una curva polverosa, vicino alla fontanella gialla. Arrivare in un paese straniero, anche se c’è qualcuno che ti aspetta alla stazione e che ti accoglie in casa sua, ti fa sentire solo… ovunque ti giri, non c’è nulla di familiare; la scontrosità o l’indifferenza che abbiamo in paese, improvvisamente, in mezzo a tanti volti impenetrabili, dai tratti non familiari, svanisce e vorremmo trovare se non un volto amico, almeno una persona sorridente, qualcuno che ci guardi e ci dica “non preoccuparti, andrà tutto bene”, in mezzo a quel freddo nuovo, a quelle scritte gigantesche che non dicono nulla a noi che non conosciamo la lingua. E’ di ieri l’odore dei mandarini, che sentivo in inverno, quando ancora credevo di essere in autunno e tardavo a mettere il cappotto, chè ancora un po’ di sole spunta fuori! Oggi invece è fine estate e corro a cercare una maglia più pesante, chè l’autunno gelido è arrivato e lo sento. Quando è festa, Domenica o altro, ed esci per strada, ti sembra che tutti siano in giro con le loro famiglie, con i loro amici, con qualcuno con cui dividere l’allegria di un pomeriggio quasi sempre semi assolato; ce
ne sono tanti motivi per sentirsi solo, almeno per strada, quando tutti ti sembrano felici e pare che solo tu porti in giro un dolore chè tutti dovrebbero leggertelo in faccia e invece continui a camminare, e ognuno ti viene incontro e ti urta o ti scansa, senza vederti. Così iniziarono a capitarmi cose strane, io solitamente schiva, guardavo con gioia e desiderio, quasi non riuscivo a non salutare estranei che parlavano la mia lingua, e a loro mi sentivo sorella, e pensavo che per tutte quelle genti, ferme davanti ad un negozio, stanche sull’autobus, c’era una storia come la mia. Diventavo curiosa se
mi capitava di imbattermi in qualcuno della mia terra, della mia provincia… magari con lui avrei potuto parlare, sapere, ricordare …
AdA, 2006